“Sentire” quando si è affaticati

L’attività dell’organismo umano, come quello di molti animali, è regolato dal sistema nervoso autonomo, il quale è suddiviso in due branche: sistema parasimpatico e sistema simpatico. Il primo ha una prevalenza di attivazione nelle situazioni di vita normali in cui non è richiesto un intervento “energico” all’organismo, mentre il secondo dirige le situazioni in cui è richiesto di reagire in tempi brevi, come accade in una situazione di pericolo. Quando l’uomo avverte una condizione di pericolo si attivano una serie di reazioni ormonali che insieme vanno sotto il nome di “reazione di lotta e fuga”. Quello che succede ad un animale che deve combattere per la sopravvivenza è:

 

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Camminare, correre, nuotare….pedalare

Osho Rajneesh è stato uno dei personaggi più controversi degli anni 70-90. Eletto ad icona dal movimento New Age, è stato, forse per questo, considerato un “guru” costruito ad hoc. Comunque si voglia considerare la figura di Osho non c’è dubbio che abbia diffuso la meditazione nel mondo occidentale rendendola più accessibile ad una mentalità analitica e poco incline al concetto di mente-corpo, ovvero delle mutue relazioni che si svolgono tra materiale e mentale. Il pregio maggiore del lavoro di Osho è di aver definito delle tecniche meditative che partissero dalle sensazioni corporee. Il corpo è lo strumento più potente che abbiamo per accedere alla mente. Riporto di seguito un brano, tratto da uno dei libri più conosciuti sulle tecniche di Osho: “il libro arancione”. Sono parole adeguate ad ogni sportivo e fanno capire quanto lo sport, quando interpretato in un certo modo, sia una porta di accesso verso la mente.

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Ma come si fa a meditare?

Solberg e collaboratori (2000) hanno voluto verificare l’efficacia della meditazione nell’influenzare i marker fisiologici relativi allo sforzo sportivo. Trentuno podisti sono stati suddivisi in tre gruppi sperimentali, ad un gruppo è stata insegnata la meditazione ACEM, una tipologia di meditazione occidentale sviluppata in Scandinavia da un’equipe di psicologi e medici. La tecnica consiste nel ripetere mentalmente un suono senza senso (mantra), composto da vocali e consonanti. Le sessioni, solitamente, hanno una durata di trenta minuti e sono svolte due volte al giorno, tuttavia anche periodi più brevi sono ritenuti efficaci. Un secondo gruppo praticava il più conosciuto training autogeno. Un ultimo gruppo discuteva, una volta alla settimana, con uno psicologo riguardo i propri problemi. Le variabili misurate sono state: massimo consumo di ossigeno (VO2max), consumo di ossigeno post esercizio (EPOC), lattato ematico e frequenza cardiaca.

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Meditazione e sport: essere consapevoli

Quando si parla di meditazione c’è sempre il pericolo di legarla indossolubilmente alla mistica orientale. Nella realtà la meditazione è una tecnica di consapevolezza che serve a ritrovare l’essenza dell’essere su cui si è costruita la personalità. Detto in questo modo sembra tutto molto complesso, vorrei provare a spiegare la frase sopra riportata partendo dal processo educativo, causa della perdita di consapevolezza del nostro “essere” un corpo. Il termine educare significa letteralmente “trarre fuori”, cioè sviluppare le predisposizioni ed inclinazioni della persona. Nella realtà, purtroppo, il sistema educativo è condizionato dalle pressioni sociali, le quali tendono a “riempire” e limitare la libera espressività dell’individuo, imbrigliandolo in una serie di regole, non scritte, che ne limitano l’azione. La convivenza sociale, a fronte dei vantaggi in termini di sopravvivenza della specie, richiede dei sacrifici all’individuo.

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La mente è tutto, il resto sono solo gambe

Oggi introduco un argomento che è alla base del metodo che Sportslife sta sviluppando: la relazione mente-corpo. Siamo così abituati a pensare in modo dicotomico, dividendo ciò che è fisico da ciò che è mentale, da non renderci conto che il pensiero è permesso da reazioni biochimiche, e che esso è in grado di intervenire su queste reazioni. Nella scrittura del mio libro “Mente e corpo: il recupero sportivo”, ho svolto una serie di ricerche sulla bibliografia scientifica relativa alla meditazione, trovando centinaia di studi che dimostravano, fuor d’ogni dubbio, la capacità del pensiero di condizionare la biochimica dell’organismo. L’ultimo studio che ho letto (http://jap.physiology.org/content/early/2013/05/28/japplphysiol.00049.2013.abstract) è veramente molto interessante. Markus Amann e collaboratori, in una ricerca ancora da pubblicare, hanno fatto un esperimento molto ingegnoso. La loro ipotesi di partenza era che l’esercizio di endurance fosse limitato, non solo dalla fatica periferica a livello muscolare, ma anche da una inibizione dei comandi che il cervello invia ai muscoli, il cosiddetto “central motor drive” (CMD).

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