Meditazione e sport: essere consapevoli

Quando si parla di meditazione c’è sempre il pericolo di legarla indossolubilmente alla mistica orientale. Nella realtà la meditazione è una tecnica di consapevolezza che serve a ritrovare l’essenza dell’essere su cui si è costruita la personalità. Detto in questo modo sembra tutto molto complesso, vorrei provare a spiegare la frase sopra riportata partendo dal processo educativo, causa della perdita di consapevolezza del nostro “essere” un corpo. Il termine educare significa letteralmente “trarre fuori”, cioè sviluppare le predisposizioni ed inclinazioni della persona. Nella realtà, purtroppo, il sistema educativo è condizionato dalle pressioni sociali, le quali tendono a “riempire” e limitare la libera espressività dell’individuo, imbrigliandolo in una serie di regole, non scritte, che ne limitano l’azione. La convivenza sociale, a fronte dei vantaggi in termini di sopravvivenza della specie, richiede dei sacrifici all’individuo.

La personalità, termine che deriva dal latino persona e che significa “maschera”, è il frutto di questo adattamento sociale, una maschera che portiamo addosso e che ci permette di rivestire dei ruoli sociali codificati, attraverso i quali siamo accettati dalla collettività. Il deviante, per definizione, è colui che infrange le regole sociali. La convivenza richiede delle regole relazionali senza le quali i conflitti sarebbero risolti con azioni violente, come accade nel mondo animale. Quando, tuttavia, la soggettività è completamente assorbita dal ruolo sociale, o se vogliamo, non togliamo mai la maschera rappresentata dalla personalità, corriamo il rischio di allontanarci dall’essenza del nostro essere, dalle nostre sensazioni, quelle che permettono, quando portate a livello cosciente, di modificare i nostri comportamenti. Per gestire la complessità dell’ambiente, il nostro cervello usa delle srrutture, chiamate schemi, che contengono le invarianti delle diverse situazioni a cui siamo sottoposti nel tempo. Ogni volta che una nuova situazione si presenta simile ad una già vissuta lo schema viene attivato, evitando di dover compiere tutte le elaborazioni cognitive che sono state utilizzate quando lo si è appresso. Una caratteristica degli schemi, siano essi motori o cognitivi, è di essere attivati automaticamente senza che l’attenzione sia focalizzata sull’analisi delle sensazioni. Guidiamo l’automobile senza pensare a quello che facciamo, parliamo senza preoccuparci di coordinare i muscoli della fonazione, camminiamo, nuotiamo, corriamo, andiamo in bicicletta senza minimamente preoccuparci di gestire le complesse sequenze di contrazioni motorie che queste azioni implicano. Gli schemi sono una scorciatoia necessaria per gestire la complessità. Sia chiaro, questo non è un male, gli schemi comportamentali sono assolutamente indispensabili poiché il cervello è un elaboratore di informazioni a capacità limitata che deve ottimizzare le risorse per reagire prontamente, quindi avere un memoria a cui attingere in situazioni che si presentano simili, è stata una strategia evolutiva vincente, che ci ha posto al vertice della catena alimentare. Sarebbe impossibile muovere un solo passo se per farlo, ogni volta, il cervello dovesse elaborare il programma motorio da zero come quando abbiamo imparato la sequenza motoria del camminare. Il problema sorge quando essi annullano la nostra possibilità di scegliere, attivandosi automaticamente anche in situazioni in cui ci sarebbe opportuno “riprogrammarli” o variarli. A livello cognitivo l’attivazione automatica degli schemi è l’anticamera del giudizio, se ci facciamo caso, in ogni situazione, esprimamo un  valore positivo o negativo in base agli schemi mentali che si sono cristallizzati nel corso della nostra vita. Questi giudizi ci portano costantemente a valutare il nostro passato, o a precostituire il nostro futuro, allontanandoci dall’unica cosa che esiste: il momento presente. Basta osservare i bambini molto piccoli per capire cosa significa essere nel presente, sono completamente assorbiti nel gioco, non esiste nulla all’infuori di quello che stanno facendo in quel momento. Vivono, semplicemente, senza portarsi sulle spalle il fardello del passato o preoccuparsi di ciò che sarà il domani. La meditazione ha lo scopo di andare a riscoprire il bambino assopito che c’è dentro ognuno di noi. Non si impara, sappiamo già tutti cosa è, semplicemente non lo ricordiamo più e, soprattutto, non ne siamo consapevoli quando la incontriamo. A tutti sarà capitato di osservare un tramonto incantevole, di odorare l’erba appena tagliata, di abbracciare una persona cara cui si tiene molto, di correre e sentire solo il proprio respiro. Questi sono “istanti” di meditazione, in cui la nostra mente è focalizzata sulle sensazioni, scevra di ogni giudizio, siamo e basta, non esiste passato o futuro, ma solo il presente. E’ uno “spazio meditativo” in cui si trascende il pensiero. Ad oggi sono pubblicate 2726 ricerche che mostrano gli effetti della meditazione sulla salute (http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/?term=meditation). Il concetto ricorrente è che l’attività del pensiero schematico induce un’attivazione dell’asse ipotalamo-ipofisi-surrenalico (HPA) che provoca stress ed infiammazione. Per contro l’attività meditativa favorisce il rilascio di diverse molecole endogene che limitano i processi infiammatori e riducono gli stati ansiogeni. La meditazione permette di dare un significato diverso alle nostre esperienze, rompe lo schema portandolo alla consapevoleza e riaprendo la possibilità di agire diversamente. Svariati studi mostrano come le persone che meditano hanno una soglia del dolore molto più elevata, vivono le esperienze emotive più pienamente ed hanno un’incidenza molto bassa di malattie legate agli stati infiammatori.  Incredibilmente il mondo dello sport si trova in abissale ritardo rispetto a queste pratiche millenarie! Proviamo a pensare al beneficio che si può avere in termini di apprendimento motorio. Tutti sappiamo quanto sia difficile correggere un errore tecnico, per quanto ci esercitiamo lo schema motorio appreso si ripresenta invariabilmente. Se riuscissimo ad “uscire” dallo schema, ritornare alle sensazioni cinestesiche e propriocettive che il movimento comunica al cervello, non riusciremmo, forse, a riprogrammare il movimento? Oppure pensiamo a quando, durante una gara o un allenamento, proiettiamo la fatica nell’immediato futuro decretando già il momento in cui “molleremo”. Nello scorso articolo esponevo i risultati di uno studio in cui si è dimostrato come c’è una comunicazione continua tra i muscoli attivi ed il cervello, la soglia della fatica e del dolore è determinata a livello mentale. È dimostrato che il dolore è un’esperienza soggettiva, il cui grado è determinato dalle esperienze educative. Avere consapevolezza significa avere la possibilità di valutare la reale fatica periferica e non l’idea di fatica che abbiamo sviluppato negli anni, e decidere se “alzare l’asticella”, pur rimanendo nei limiti fisiologici. In realtà la famosa storia dell’immolazione del monaco buddista Thich Quang Duc (http://it.wikipedia.org/wiki/Th%C3%ADch_Qu%E1%BA%A3ng_%C4%90%E1%BB%A9c) mostra come la mente sia in grado di superare i limiti fiosologici, fino ad arrivare al gesto estremo. Thich Quang Duc in stato di meditazione, seduto nella posizione del loto, si è dato fuoco fino ad essere cabonizzato, senza muovere un muscolo o emettere un solo lamento di dolore!! Credo fermamente che il modello pedagogico sportivo debba riscoprire il valore della meditazione, non solo per fini prestativi, ma soprattutto per vivere lo sport come un’esperienza positiva.

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4 pensieri su “Meditazione e sport: essere consapevoli

  1. Grazie per questi bellissimi articoli che pubblichi e che mi aiutano tantissimo sia ad allenare sia a vedere che nel mondo del triathlon c’è qualcuno che ‘ne sa’…
    Ciao
    Glenda

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