Allenamento sportivo e stress psicofisico

 

Come agisce l’allenamento sportivo sul nostro organismo? Quali sono le relazioni che intercorrono tra psiche e soma durante un’attività motoria? E’ possibile che delle pratiche “mentali” abbiano influenza sul nostro corpo e, viceversa, che le nostre azioni motorie condizionino la nostra psiche? Son questi i quesiti cui è necessario rispondere per comprendere le dinamiche sottese al recupero psicofisico in ambito sportivo. Dal punto di vista dello sviluppo filogenetico, l’uomo primitivo, quando viveva secondo i ritmi della natura, ha maturato dei sistemi fisiologici di attivazione/recupero rimasti immutati fino ai giorni nostri. Reagire rapidamente ed efficacemente alle situazioni di pericolo costituiva la differenza tra vivere o morire, per tale motivo il sistema nervoso ed il sistema motorio hanno imparato a coordinarsi nel modo più efficiente possibile, attraverso quello che è noto ai fisiologi come “fight-or-flightresponse”, ovvero reazione di combattimento o fuga. Qualunque situazione percepita come minacciosa scatena una serie rapidissima di eventi fisiologici, che portavano immediatamente il sistema nervoso ad operare la scelta più vantaggiosa tra il combattimento o la fuga.

Oggi, tuttavia, l’ambiente in cui viviamo è affatto diverso rispetto a qualche millennio di anni fa e gli stimoli che percepiamo come minacciosi assumono sembianze molto diverse, rispetto a quello che poteva essere l’attacco da parte di una tigre dai denti a sciabola. In particolar modo quelli che erano eventi “acuti” della durata di poche decine di secondi, molto spesso sono oggi sostituiti da situazioni croniche che si estendono per lunghi periodi di tempo. Tale situazione provoca un cortocircuito ormonale con un’iper attivazione dell’asse ipotalamo-pituitario-adrenergico che induce nell’ organismo uno stato di costante attivazione non controbilanciata da un’adeguata fase di disattivazione o recupero. Lo scopo del sistema nervoso è, in ultima analisi, quello di rispondere alla legge della via finale comune di Sherrington (Sherrington 1906), ovvero esprimere un movimento, vedremo infatti come anche il pensiero più astratto sia in relazione con il movimento. Quando viviamo l’impossibilità di dare un “corpo” ai nostri pensieri, attraverso il movimento l’organismo subisce l’influenza eccessiva degli ormoni legati alla reazione da stress. Per descrivere questo fenomeno Henrì Laborit (1982) propose la teoria “dell’inibizione dell’azione”. Secondo lo studioso l’impossibilità di finalizzare l’attività del sistema nervoso con un’espressione motoria, è alla base di diverse patologie tipiche dell’uomo moderno. Le neuroscienze hanno dimostrato, con la scoperta del “mirror neuron system”, come la nostra cognizione sia “incarnata” nel corpo (Gallese et al. 2006), esiste uno stretto legame tra il nostro vissuto sensoriale e cognitivo rendendo il quest’ultimo possibile proprio grazie all’azione. Lo sviluppo cognitivo passa attraverso il movimento. Il sistema nervoso è deputato all’apprendimento, al controllo ed all’esecuzione del movimento (Schmidt e Wrisberg 2000). È un legame inscindibile, siamo stati “progettati” per muoverci, basti pensare che i circa 660 muscoli di cui siamo dotati pesano il 40% del nostro peso totale. La caratteristica degli esseri viventi è il movimento ed il sistema nervoso ne costituisce il sistema di controllo. Il funzionamento del meraviglioso complesso mente-corpo ha un costo, seguendo, come tutti i sistemi energetici, la terza legge della termodinamica. Per produrre movimento, e pensieri, trasformiamo energia chimica, immagazzinata negli alimenti, in energia meccanica e, soprattutto, in energia termica sotto forma di calore. Si stima che la “macchina” umana abbia un’efficienza attorno al 20-25%, questo significa che i tre quarti dell’energia prodotta non sono utilizzabili per il movimento. Il costo del sistema nervoso con il suo effettore per il movimento, può essere quantificato con una moneta cui è stato dato il nome di “stress”, termine declinato dalla meccanica alla fisiologia per opera del grande fisiologo Walter Cannon (1929). Lo stress, come già ricordato, identifica l’insieme dei processi che l’organismo mette in atto in risposta ad una sollecitazione, sia essa motoria, emotiva o cognitiva per ristabilire la condizione di equilibrio, chiamata omeostasi. Lo stress, quindi, non deve essere connotato negativamente poiché é quello che ci permette di affrontare, con crescente competenza, il rapporto con l’ambiente, interno ed esterno. Abbiamo anche considerato che nella terminologia legata allo studio dello stress si parla di “distress” (Selye 1974), per descrivere la situazione in cui le risorse psicofisiche disponibili sono insufficienti rispetto alle richiesta dell’ambiente. I motivi per cui si giunge a questo stadio di esaustione, paradossalmente sono opposti. Da un lato c’è una tendenza all’ipocinesi in favore di un aumento dell’attività intellettuale, tipico dei sedentari, dall’altro c’è un eccesso di attività motoria. Entrambi i casi conducono verso uno squilibrio del sistema nervoso autonomo (SNA), che negli atleti è noto come overtraining. E’ fondamentale comprendere come l’’atleta sia sollecitato, oltre che dagli intensi allenamenti, anche da tutte le fonti di stress di origine sociale che, sommandosi ai primi, agiscono prepotentemente sul suo equilibrio omeostatico. Cosa è e come agisce l’allenamento sportivo?.

L’allenamento moderno è costituito da un insieme di stimoli strutturati per agire in modo coordinato sull’organismo, al fine di migliorarne, mantenerne o modularne le capacità prestative.

(Sassi 1998)

In estrema sintesi questa definizione esprime ciò che un preparatore, o un atleta, dovrebbe considerare quando approntano una programmazione per sviluppare la performance. Nella metodologia dello sport si usa riferirsi agli allenamenti come a dei “contenitori” di stimoli allenanti che sono somministrati attraverso degli esercizi psicomotori. Uno stimolo allenante è un “carico” psicofisico a cui si sottopone l’organismo. Un allenamento è uno “stressor” che induce nell’atleta una reazione di stress. Uno stimolo allenante, in definitiva, è un modo per porre sotto stress l’organismo costringendolo a mobilitare delle risorse al fine di ottenere una supercompensazione. La risposta alla fase acuta, cioè immediata, dell’allenamento si chiama aggiustamento, un esempio classico di aggiustamento è l’innalzamento del battito cardiaco quando cresce l’intensità dello sforzo. Parliamo, altresì, di adattamento quando, in seguito a ripetute stimolazioni, si verifica una modifica funzionale relativamente stabile, ma passibile di regressione, nelle componenti fisiologico – energetiche. Detto in modo molto semplice ripetere un certo tipo di allenamento nel tempo porta l’organismo ad adattarsi allo sforzo rendendolo più performante. Si definisce carico esterno uno stimolo, oggettivamente misurabile, somministrato all’atleta. È una quantificazione dello stressor. Correre cinque chilometri alla massima velocità consentita è una misura del carico esterno, effettuare dieci ripetizioni con bilanciere su panca piana è un carico esterno. Il carico esterno misura, quantitativamente e qualitativamente, un allenamento, indipendentemente dall’atleta che dovrà eseguirlo. La risposta dell’atleta al carico esterno determina il carico interno che è la misura soggettiva della risposta allo stress. Mentre il carico esterno, una volta definito, rimane costante, la risposta che danno diversi atleti, o lo stesso atleta in diverse situazioni, varia notevolmente. Nella definizione precedente, l’accento relativo agli “stimoli strutturati” evidenza, senza ambiguità, il carattere metodologico dell’allenamento per cui le sedute di allenamento devono avere una struttura, adeguatamente pensata, per stimolare la particolare capacità che si vuole sviluppare. Allenarsi alla giornata, senza avere una minima idea di cosa accade all’organismo, quando si esegue un particolare allenamento e, soprattutto, quale relazione ha un allenamento con gli allenamenti che si andranno a svolgere nei giorni successivi, rende l’adattamento molto aleatorio. Seguire una corretta metodologia, in cui i vari allenamenti sono predisposti con un certo criterio, rispettando i ritmi di risposta dell’organismo, è il primo passo per il corretto recupero. L’attenzione posta al coordinamento degli stimoli, invece, chiarisce come i vari stimoli devono essere scelti in modo coordinato allo scopo di elevare positivamente la specifica prestazione nel periodo desiderato. Comprendere le dinamiche che portano a migliorare la prestazione, implica conoscere cosa accade all’organismo quando si esegue un allenamento, ovvero come reagisce agli stressor specifici costituiti dagli allenamenti. La conoscenza dei processi alla base del recupero, e delle naturali modalità per renderlo più efficace, consentono di pianificare e gestire in modo più accurato gli allenamenti. Da quanto affermato segue che poter incidere sui processi di recupero permette all’atleta un migliore adattamento agli allenamenti con un’aspettativa di un più elevato livello di performance.

 

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