Cos’è lo stress e come agisce

Il termine “stress” è entrato da tempo nel parlato comune e, per l’uomo della strada, sta ad indicare condizione di affaticamento generale più o meno protratta nel tempo. In realtà in ambito scientifico esistono una serie di termini che descrivono le diverse condizioni di squilibrio dell’omeostati e, come vedremo tra breve, lo stress non ha una connotazione negativa, quale normalmente le attribuiamo, ma rappresenta un normale processo fisiologico di adattamento dell’organismo all’ambiente. Nella terminologia utilizzata nell’ambito dello studio sullo stress, si parla di “eustress”, quando le richieste dell’ambiente sono compatibili con le risorse disponibili nella persona. Si usa il termine, altresì, il termine “distress”, quando l’organismo non ha a disposizione le risorse necessarie per fronteggiare una richiesta posta dall’ambiente. Quando parliamo di “stress” indichiamo il normale processo di reazione e regolazione dell’omeostasi organica e quindi non è, come comunemente si crede, un evento negativo, ma, al contrario, una condizione senza la quale non avremmo potuto adattarci all’ambiente e sopravvivere.

Cerchiamo di chiarire il concetto con un semplice esempio. Il nostro organismo è dotato un insieme di processi che regolano la temperatura corporea che vanno sotto il nome di termoregolazione. Per funzionare al meglio, infatti, il nostro corpo necessita di mantenere la temperatura interna entro un intervallo molto ristretto. Quando le variazioni dell’ambiente oscillano, anche con notevoli escursioni, il sistema di termoregolazione, attraverso la conduzione, la convezione e la sudorazione, in caso di caldo, il brivido e la termogenesi, in caso di freddo, è capace di mantenere la temperatura interna sempre vicino al valore di 37 C° che è la temperatura alla quale l’organismo è in grado di operare in maniera ottimale. Nel caso in cui, tuttavia, la temperatura esca dal range di tollerabilità, i processi termoregolatori non sono più in grado di contrastare la richiesta dell’ambiente e l’organismo può incorrere in gravi conseguenze quali il colpo di calore o, all’estremo opposto, il congelamento e altri processi Lo studioso che inizialmente si interessò della risposta fisiologica allo stress fu Walter Cannon. Cannon era un fisiologo americano, professore alla Harvard Medical School, divenuto celebre per due fondamentali concetti legati alla reazione da stress: il fight or flight response e l’omeostasi. (Cannon 1915; Cannon 1932). Secondo la teoria del fight or flight response l’uomo risponde alla percezione di una minaccia con una rapida attivazione di due componenti del sistema nervoso: la parte simpatica del sistema nervoso autonomo e l’asse ipotalamo-pituitario-adrenergico (HPA). La prima è molto veloce ed utilizza fibre e terminazioni nervose che scaricano direttamente nella midollare del surrene provocando il rilascio di adrenalina ed epinefrina, due ormoni noti come catecolamine la cui azione è legata all’attivazione dell’organismo. La seconda utilizza la circolazione sanguigna per liberare l’ormone di liberazione della corticotropina (CRH) nella parte anteriore dell’ipofisi, la quale reagisce liberando un altro ormone, l’ormone adrenocorticotropo (ACTH) che, seguendo il flusso sanguigno, giunge alla zona fascicolata della corticale del surrene ove stimola la biosintesi del glicocorticoide cortisolo. Il risultato finale è il rilascio di ulteriori ormoni che inducono, nella maggior parte dei casi, un’azione motoria che può essere la fuga (flight), o quando impossibile, il combattimento (fight). Già a questo livello, prettamente fisiologico, possiamo intravedere come il sistema nervoso autonomo e il sistema endocrino agiscono sinergicamente delineando una relazione esistente tra mente e corpo di “basso livello”. Il sistema nervoso autonomo (SNA), o neurovegetativo, è una parte del sistema nervoso che innerva organi interni e ghiandole, controllando le funzioni neurovegetative, generalmente fuori dall’azione volontaria. E’ costituito da una componente detta simpatica, che entra in azione quando c’è necessità di mobilitare le risorse dell’organismo, e da una componente chiamata parasimatica che, al contrario, ha il compito di ripristinare le risorse spese durante l’azione. Ipotalamo, ipofisi (o ghiandola pineale) e surrene costituiscono l’HPA e sono elementi del sistema endocrino la cui funzione consiste nel rilasciare ormoni, che alterano il metabolismo. Queste molecole agiscono sull’organismo per prepararci ad un’azione muscolare molto intensa (fuga o attacco). In particolare si rilevano i seguenti effetti:

  • accelerazione del battito cardiaco;

  • inibizione della digestione;

  • costrizione dei vasi sanguigni non importanti per l’azione;

  • dilatazione dei vasi sanguigni nella muscolatura preposta all’azione;

  • inibizione delle ghiandole lacrimali e salivari;

  • dilatazione delle pupille;

  • vista focalizzata;

  • tremore;

  • rilassamento della vescica urinaria.

Il tipo di reazione sopra descritta si attiva ogni qualvolta la persona percepisce una situazione come minacciosa sia essa reale o no. La cosa più importante da considerare, tuttavia, è che quando un atleta esegue un allenamento, parte di questo meccanismo viene, indirettamente, attivato. Questa constatazione ci porta a considerare come, di fatto, lo stress esercitato sull’organismo richiede la medesima risposta sia esso di origine fisica o psicologica. Quindi se è vero che molto spesso una blanda attività motoria ha un’azione rilassante a livello psicologico, un costante e pesante allenamento può, come di fatto avviene, avere serie ripercussioni anche sulla sfera emotiva e psicologia. D’altra parte è esperienza comune che le preoccupazioni e la stanchezza cognitiva possono inficiare una performance sportiva. Sembra che l’uomo sia stato “progettato” per rispondere ad eventi brevi ed improvvisi, ma non per sopportare un’attivazione simpatica prolungata, o cronica, nel tempo. Quest’ultima constatazione giustifica il motivo delle frequenti situazioni di distress e overtraing, poiché gli impegni sociali e l’allenamento sportivo sono, di fatto, condizionamenti cronici e non acuti. L’altro grande contributo di Cannon relativo allo studio sullo stress riguarda il concetto di “omeostasi”, ovvero:

l’insieme delle reazioni specifiche che contribuiscono a mantenere o a ripristinare la costanza dell’ambiente intra ed extracellulare” .

(Cannon, 1929).

Il concetto di omeostasi deriva dalle idee di Claude Bernard che si riferiva allo stesso in termini di “Milieu intérieur”. L’omeostasi concerne le modalità attraverso cui l’organismo attua gli aggiustamenti necessari a mantenere il corretto equilibrio in seguito ad una perturbazione. L’esempio sopra riportato relativo alla regolazione della temperatura è un esempio di processo omeostatico. Per capire il concetto possiamo fare un esempio molto banale comune a tutti: il termostato di casa. La regolazione della temperatura nelle nostre case segue lo stesso principio, quando selezioniamo una temperatura di riferimento il termostato rileva il calore presente nella stanza e decide se attivare il bruciatore della caldaia o disattivarlo in base al valore impostato: lo accenderà se la temperatura della stanza è sotto alla temperatura impostata o, al contrario, lo spengerà quando il calore supera quello desiderato. Un notevole contributo relativo ai meccanismi sottesi alla reazione da stress discendono dai lavori del fisiologo canadese di origine austriaca Hans Selye. Con la teoria della General Adaptation Syndrome Theory (GAS), Selye (Selye 1976) spiega come l’organismo possieda la capacità di fronteggiare lo stress attraverso un’attivazione generale che ha lo scopo di raggiungere l’omeostasi. Nel momento in cui una atleta si sottopone ad uno stress psicofisico, si innesca una serie di “aggiustamenti aspecifici”, i quali contrastano la perturbazione al fine di permettere all’organismo di raggiungere un nuovo livello di equilibrio. Adattando la GAS al contesto sportivo, osserviamo come, in definitiva, lo scopo dell’allenamento sia di “stressare” l’organismo per costringerlo, attraverso l’omeostasi, raggiungere un nuovo livello si equilibrio. L’azione dello stress provocato dall’allenamento, quindi, è quello di portare l’organismo a uno stato di affaticamento (stress) che, dopo un adeguato recupero, è completamente ristabilito (eustress). In realtà secondo Selye (1976), l’organismo per evitare di trovarsi nuovamente in una condizione di disequilibrio, a fronte del medesimo stressor, crea un surplus di risorse che gli permettono di fronteggiare stimoli perturbanti via via crescenti. La condizione fisiologica di eccesso di risorse è definita supercompensazione. Sostanzialmente la supercompensazione è un adattamento fisiologico che permette di tollerare carichi psicofisici crescenti. E’ importante sottolineare, fin d’ora, che questo avviene esclusivamente dopo un adeguato recupero La parte allenante di un allenamento è la fase di risposo in cui hanno luogo tutti i processi biochimici deputati al reintegro delle risorse investite, siano esse psicologiche, energetiche e plastiche. Lo sviluppo della capacità prestativa è frutto di un allenamento-recupero equilibrato. La corretta impostazione del programma di allenamento costituisce pertanto la condizione necessaria ed imprescindibile per garantire un corretto recupero. Il nodo centrale di tutto il meccanismo è individuare la corretta intensità che deve presentare lo stimolo biologico per non eccedere le risorse disponibili nell’organismo. Oltre alla reazione aspecifica postulata dalla GAS, la fisiologia dell’esercizio(AA.VV. 2002) afferma che si verifica anche un adattamento specifico che varia in relazione al tipo di allenamento. La scelta degli allenamenti, pertanto, deve essere operata in base all’adattamento specifico che si desidera ottenere nell’organismo. Consideriamo ora come la GAS è utilizzata in ambito sportivo. Sono previsti tre stadi:

  1. reazione di allarme. È la fase di sollecitazione (stress) dell’organismo e coincide con l’allenamento. La conseguenza è un calo temporaneo della performance. I sintomi principalisono affaticamento e stanchezza muscolare.

  1. stadio della resistenza. In questa fase l’organismo reagisce ripristinando lo stato di partenza più un “surplus” (supercompensazione). La conseguenza è un miglioramento della performance.

  1. stadio della esaustione. Se l’organismo è stato sollecitato intensamente e ripetutamente, oltre la naturale capacità di mobilitare risorse, non è più in grado di ripristinare il livello iniziale di funzionalità. La tendenza è quella di un “plateau” o di un decremento della performance. È questo il caso dell’overtraining.

I recenti studi sullo stress hanno, finalmente, integrato anche la componente cognitiva e psicologica tra i possibili stressor cui è sottoposto l’organismo. L’essere umano quando agisce, in qualsiasi contesto, lo fa come unità psico-somatica, non è possibile considerare solo uno dei due aspetti se si desidera comprendere le sue reazioni. Secondo Lazarus (1984) è la percezione che una persona ha di un evento come stressante o meno (chiamata appraisal) a determinare l’effetto, positivo o negativo sull’organismo. Eriksen e colleghi (1999) chiamano “reappraisal” la capacità di una persona di adattarsi positivamente agli stressor. Gli individui che hanno un basso reappraisal mantengono uno stato di attivazione psicofisiologica più a lungo, subendone maggiormente gli effetti negativi. Sterling e Eyer (1988) introdussero il concetto di “allostasi”, ripreso successivamente da McEwen eWingfield (2003), per ampliare la portata della teoria dell’omeostasi includendovi la cognizione. Fu definito il concetto di “carico allo statico” (allostatic load) per descrivere le energie che l’organismo deve investire per adattarsi alle mutevoli condizioni che affronta quotidianamente. McEwen e Lasley (2003) credono che la regolazione allostatica sia dovuta ad un collegamento tra il sistema nervoso centrale, il sistema endocrino e il sistema immunitario. Alcune regioni del cervello, come l’amigdala e l’ippocampo interpretano l’ambiente alla luce delle passate esperienze e del corrente stato psicologico, segnalando alla corteccia come organizzare la risposta. Risulta chiaro da questa breve esposizione come il concetto di stress vada inquadrato in una visione olistica della persona che riceve stimoli perturbanti l’omeostasi da diverse fonti, riconducibili a due grandi aspetti interdipendenti: il somatico ed il psichico. Qualunque sia la fonte dello stressor l’organismo innesca una prima reazione di difesa, che quando assume i connotati della cronicità, può causare l’incapacità dello stesso di ristabilire l’omeostasi.

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