L’ambiente sociale come fonte di stress

Quando si studiano i meccanismi del recupero sportivo non si può prescindere dall’influenza esercitata dalle interazioni sociali sull’omeostasi. Sulla scala temporale l’evoluzione filogenetica ha degli ordini di grandezza enormemente più grandi rispetto quelli delle variazioni dell’ambiente sociale, per questo l’asincronia tra la struttura biologica dell’uomo e l’ambiente socio-culturale, ha determinato una discrasia tra i vari livelli del sistema nervoso.

La parte più primitiva del nostro cervello, il cosiddetto cervello limbico, risponde agli stimoli ambientali allo stesso modo in cui rispondeva migliaia di anni fa, innescando una cascata di eventi fisiologici che, molto spesso, non possono sfociare in un’azione motoria a causa delle convenzioni sociali. Questa inibizione dell’azione ha un costo che deve pagare il nostro organismo in termini di stress subito. La neuroanatomia ha chiarito come l’encefalo sia costituito dalla stratificazione funzionale di zone che ripercorrono l’evoluzione della specie. La parte più esterna, chiamata neocorteccia, è quella evolutivamente più giovane ed avanzata, mentre quella più profonda è un retaggio del passato. Le zone meno evolute rispondono agli stimoli ambientali allo stesso modo in cui lo facevano nei nostri antenati migliaia di anni fa. Quello che è cambiato notevolmente è il controllo esercitato dalle regioni corticali più evolute sulle azioni compiute in risposta a tali eventi, in particolar modo dalla corteccia frontale. Un’interessante ricerca condotta dalla Firstbeat technologies, un’azienda che produce software per il monitoraggio del carico psico-fisico, mostra quale è l’entità dello stress di una normale persona praticante sport e vivente in un tipico contesto sociale civilizzato. Lo studio evidenzia come il 61% del periodo di veglia, al netto dell’attività sportiva, contribuisca a generare stress sull’organismo! La costituzione delle società umane ha costretto l’uomo a “controllare” l’espressione della propria aggressività non permettendo all’organismo di completare il circuito fisiologico che porta al compimento dell’azione. Molti degli stimoli derivanti dalle interazioni sociali inducono un’attivazione dell’HPA che può divenire cronica. Alcuni ricercatori hanno potuto dimostrare una correlazione tra stress psicosociali e immunodepressione (Kiecolt-Glaser et al. 1984; Glaser et al. 1998; Cohen et al. 1996). Gli immensi vantaggi ottenuti nella lotta per la sopravvivenza associandosi in comunità, hanno un costo individuale che deve essere conosciuto e compreso quando si vanno a valutare i carichi di allenamento a cui sottoponiamo gli atleti. Dickerson e Kemeny (2004) in una meta-analisi su oltre 200 studi relativi allo stress acuto, hanno rilevato che situazioni sociali come la mancanza di controllo o l’essere oggetto di valutazione durante l’esecuzione di un compito, sono associate ad un aumento significativo dell’increzione di cortisolo, adrenocorticoidi e aumento del tempo di recupero. La valutazione sociale è una condizione che permea la società e che può divenire un vero e proprio condizionamento, quando la persona sopprime la propria indole per compiacere gli altri nell’intento di essere accettata.

 

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