Il concetto di overtraining – parte prima

 

Nell’ambito dell’allenamento sportivo possiamo, in prima approssimazione, definire overtraining la condizione di distress provocato da un eccesso di allenamento, non bilanciato da un adeguato recupero, ovvero il superamento della capacità di adattamento dell’organismo in seguito a delle sollecitazioni psico-fisiche. Gli allenamenti sportivi sono dei fattori di perturbazione dell’omeostasi che si sommano agli altri stressor di origine psico-sociale determinati dalle altre attività della normale attività quotidiana. Lehmann e collaboratori (1997) asseriscono esplicitamente che le cause di stress originano dagli allenamenti, dalle competizioni e da tutti i fattori sociali che non hanno a che fare con il processo di allenamento, come l’impegno scolastico o lavorativo, la condizione economica, l’alimentazione, i viaggi, e non ultimo, le relazioni emotive e affettive.

 Negli anni ’70 in psicologia applicata si utilizzavano due concetti specifici nel campo delle ricerche sullo stress: strain e stress. Lo stress è considerato un fattore obiettivo che condiziona le persone dall’esterno, mentre lo strain è inteso come la risposta dell’individuo agli stressor (Fletcher 1988). Ernest Maglischo (2003) ha dimostrato una correlazione positiva tra aumento dell’impegno scolastico e probabilità di incorrere nell’overtraining in nuotatori di alto livello. Kristen Dieffenbach (Gould e Dieffenbach 2002) ha evidenziato come un atleta amatore possa incorrere nell’overtraining con soli 30 km di corsa alla settimana, quando viene a mancare un sonno regolare e ristoratore. Il disadattamento alle richieste dell’ambiente è in causato dalle sollecitazioni che affliggono il soggetto nel particolare periodo temporale. Uno stesso atleta, infatti, può adattarsi perfettamente ad un determinato regime di allenamento in un certo arco temporale della propria vita e, diversamente, trovarsi totalmente esaurito in un’altra situazione, quando, ad esempio, l’impegno lavorativo comporta situazioni di elevato coinvolgimento emotivo o cognitivo. Il carico totale, o workload, a cui un atleta è sottoposto è molto variabile poiché, a parità di allenamenti eseguiti, possono variare notevolmente gli stressor rappresentati dalle altre attività quotidiane come lavoro, impegni sociali e famiglia. Quando un atleta è preoccupato per questioni riguardanti gli affetti e le emozioni, come ad esempio una situazione di divorzio, tutti i suoi pensieri ruotano interno al problema consumando energie preziose. Questi pensieri si accrescono durante il sonno impedendo un risposo ristoratore (Kellmann 2002). Possiamo capire come possa essere riduttiva un’analisi della perturbazione omeostatica subita dall’atleta basata esclusivamente sulla quantificazione degli allenamenti sostenuti. La strada maestra per evitare l’overtraining ed incrementare la prestazione deve passare per il recupero fisico e psicologico e quest’ultimo deve essere programmato come parte integrante del processo di allenamento (Hooper e Makinnon 1995). Alcuni autori (Kenttā e Hassmèn 2002) si spingono oltre affermando che l’allenamento ottimale è possibile solo ove si prospetta un psico-socio-fisiologico bilanciamento. Seguendo questa prospettiva non è solo il controllo dello stress costituito dagli allenamenti a determinare la capacità di carico dell’atleta, ma anche le occasioni sociali e psicologiche che egli ha a disposizione per mettere in atto comportamenti virtuosi di coping e rilassamento. Secondo questa prospettiva il recupero non è semplicemente l’assenza o la riduzione di attività, ma anche il coinvolgimento in attività ricreative che arrechino piacere e felicità al soggetto. Allorquando il carico complessivo, comprendente gli allenamenti e gli stressor psico-sociali, non sia compensato da un sufficiente recupero, si verificano conseguenze sia sul piano fisiologico che psicologico comportamentale (Budgett 1998; Foster 1998; Lehmann et al. 1997; Kellmann e Gunther 1998). Riassumendo, il carico totale di stress cui è sottoposto un atleta può essere ricondotto a tre fonti principali (Kenttā e Hassmèn 2002):

  • fisiologiche;

  • psicologiche;

  • sociali.

Gli stressor non direttamente collegati agli allenamenti sono sempre più considerati di estrema importanza nell’analisi del workload totale (Gould et al. 1996; Urhausen et al. 1998b). Budgett (1990), ad esempio, ha mostrato come un leggero aumento dello stress sociale può condurre, inaspettatamente, ad uno stato di estremo affaticamento fisico. Lo stress sociale può derivare dalle interazioni con parenti, membri della famiglia, amici, allenatore. Lo stress psicologico ha un’origine più strettamente legata alla persona e può derivare da preoccupazioni per lo studio, per la competizione ed in generale per tutte le situazioni in cui il soggetto percepisce uno sbilanciamento tra la richiesta postagli e la propria capacità di farvi fronte (Bandura 1993). In letteratura medico sportiva c’è una certa ambiguità nella definizione della condizione di grave affaticamento (Uusitalo 2001; Platen 2002). Sono stati utilizzati diversi termini in modo intercambiabile quali: overtraining, overtraining syndrome, overreaching, staleness, overstrain, chronic fatigue e central fatigue creando spesso ambiguità sui processi psico-fisiologici sottesi. Una proposta di tassonomia basata sul grado di gravità del disadattamento è stata operata da Kuipers e Keizer (1988) i quali propongono la seguente lista:

  • overtraining and physical overstrain: termini generali che indicano una condizione di sbilanciamento tra esercizio e recupero che sfocia in una severa e prolungata fatica;

  • muscular overstrain: causato da un esercizio che eccede la tolleranza del muscolo e risulta in una fatica transitoria e locale;

  • overtraining syndrome or staleness: situazione cronica che implica un peggioramento delle condizioni comportamentali, emotive e fisiologiche;

  • overreaching: forma lieve di affaticamento che, spesso, si risolve dopo breve recupero in una condizione di supercompensazione.

Fry e collaboratori (1991) danno una diversa, anche se simile, interpretazione:

  • Overload training: processo attraverso il quale si stressa un individuo al fine di ottenere uno stimolo adattativo che crea una supercompensazione;

  • Training fatigue/stress: normale affaticamento che si prova in seguito a diversi giorni di allenamento intenso. La fatica è reversibile e la supercompensazione ha luogo dopo alcuni giorni di recupero o allenamento a bassa intensità;

  • Overtraining: affaticamento che deriva da allenamenti e stressor extra allenamento che non permette di sostenere allenamenti ad un buon livello anche a seguito di un appropriato periodo di rigenerazione. E’ necessario un’interruzione degli allenamenti per un periodo prolungato di tempo;

  • Overreaching: affaticamento che deriva da allenamenti e stressor extra allenamento. I sintomi, simili a quelli dell’overtraining, svaniscono in seguito ad un recupero più lungo del normale periodo di rigenerazione;

  • Overtraining syndrome: Depressione cronica della performance da sei sintomi psicofisici, non recuperabile con un normale o prolungato periodo di rigenerazione. E’ necessaria l’interruzione del processo di allenamento.

Israel (1976) distingue due tipologie di overtraining: Basedowoid o symphatetic overtraining e Addisonoid o parasymphatetic overtraining. Il primo tipo di overtraining è stato associato a quegli sport per cui è richiesto un impegno molto intenso, ma relativamente breve. E’ il caso degli sport di potenza come sollevamento pesi, 100m piani in atletica, calcio, rugby etc. Il secondo sembra colpire più frequentemente atleti dediti a sport di endurance, come maratoneti, ciclisti, nuotatori di fondo. Non tutti i ricercatori sono d’accordo su questa distinzione e, secondo alcuni, vi è un progressivo passaggio dal symphatetic overtraining al parasymphatetic overtraining. In pratica in una prima fase si presenterebbe un’iper attivazione del sistema simpatico che, se non recuperata, degenera in un’attivazione permanente del sistema parasimpatico nel tentativo, da parte dell’organismo, di incrementare la portata dei processi di recupero. Una seconda distinzione operata dai ricercatori (Lehmann et al. 1993) è quella tra overtraining periferico e overtraining centrale. Quello periferico è localizzato a livello muscolare e rappresenta la fatica e l’esaurimento del muscolo, mentre quello centrale, più severo, interessa l’intero organismo. Comunque si voglia definire l’overtraining, c’è convergenza sul fatto che ogni individuo reagisce diversamente allo stress. In particolare si riconosce che la tolleranza allo stress propria di un atleta è determinata dalle sue capacità di adattamento fisiologico, dalle strategie di coping utilizzate e dalla percezione soggettiva dello stressor (Lazarus 1991).

 

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