Il concetto di overtraining – parte seconda

La risposta allo stress, infatti, è accompagnata da risposte emotive come ansia e ira, elevata attivazione del sistema nervoso, variazioni ormonali e delle funzioni immunitarie (Kellmann 2002). La miglior performance è raggiungibile esclusivamente se c’è un adeguato equilibrio tra training stress e recovery (Kuipers, 1988; Rowbottom, Keast e Morton 1998). La qualità del recupero è determinante per evitare di incorrere nell’overtraining, ad esempio se il sonno notturno è disturbato, in particolare durante la fase delle onde delta, si osserva un mancato recupero fisico (Savis 1994). Kellmann (1997) ha proposto un modello (Scissors Model) che descrive le interrelazioni tra stress e bisogno di recupero, in cui è mostrato come l’incremento dello stress deve sempre essere accompagnato da un incremento del recupero.

Il modello è interessante perché suggerisce che lo stress non è dannoso di per sé, ma esclusivamente nella misura in cui non è sufficientemente compensato dal recupero. La pervasività del fenomeno overtraining può essere compresa nella sua gravità se si stima che circa il 66% degli atleti ha avuto una esperienza di overtraining, il 50% dei quali la ricorda come una bruttissima esperienza (Silva 1990). Morgan e collaboratori (1988a) hanno rilevato che il 60% di podiste ed il 64% di podisti hanno provato una qualche forma di overtraining durante la loro carriera. In occasione delle olimpiadi di Atlanta nel 1996 risultò che su 296 atleti in rappresentanza di 30 diversi sports, 84 (il 28%!) di loro affermarono di essere in overtraining e esibirono un livello di performance sotto il livello atteso (Gould et al. 2002). La connessione tra stress psichico e fisico è stata rilevata da Armstrong e VanHeest (2002) i quali ipotizzano che l’overtraining syndrome e la depressione condividano la medesima eziologia. L’inclusione delle influenze esercitate dagli stressor di natura psico-sociale nei modelli sull’overtraining ha portato gli studiosi ad interrogarsi sul concetto dello “stress tollerance” o “overall capacity”, spingendoli a ricercare una sintesi che potesse tener conto sia degli stress fisiologici che psico-sociali. Su questo fronte sono state proposte diverse capacità che gli atleti dovrebbero possedere per tollerare la totalità degli stress a cui sono sottoposti. La capacità fisica è stata suddivisa in: capacità dei sistemi energetici e capacità neuromuscolare (Morton 1997; Hawley et al. 1997). La capacità psicologica è suddivisa in diverse sottocategorie come: self-confidence, capacità di attenzione, controllo dell’arousal, motivazione, capacità di visualizzazione, self-control, atteggiamento positivo. La capacità sociale è suddivisa in: capacità creare e mantenere relazioni con gli altri e capacità di inserirsi in diversi contesti sociali. Sulla base dell’assunto che l’overtraining sia la conseguenza di comportamenti sia relativi all’allenamento che agli altri ambiti della vita degli atleti, Kenttā e Hassmén (2002) hanno presentato un modello concettuale molto efficace che aiuta ad inquadrare in una prospettiva multidimensionale il problema. Secondo la proposta atleti ed allenatori devono sforzarsi di bilanciare e rafforzare:

  • Gli stressor provenienti dagli allenamenti e dall’ambiente sociale;

  • La capacità degli atleti di utilizzare strategie di coping efficaci;

  • I comportamenti volti al recupero.

Questo, secondo gli autori (Kenttā e Hassmén 1998), è dovuto al fatto che l’atleta vive in un sistema “psico-socio-fisiologico”. Il modello è basato su un sistema di monitoraggio completo che deve considerare il workload degli allenamenti e dell’ambiente sociale come una faccia della medaglia ed il recupero come l’altra faccia. Tale sistema di monitoraggio deve considerare tre fasi:

  • Lo stimolo allenante;

  • La percezione dello stimolo allenante;

  • La risposta allo stimolo.

La ricerca ha mostrato come lo stesso individuo può percepire un determinato carico fisico in modo differente in due diverse occasioni in base allo stato di allenamento ed al livello di stress psicologico (Raglin et al. 2000; Morgan 1994). Il modello da molta importanza alla valutazione dell’intensità dell’allenamento e del recupero attribuiti soggettivamente dall’atleta e consiglia l’utilizzo della scala RPE per la valutazione dell’intensità degli allenamenti da abbinare alla Total Quality Recovery (TQR) quale strumento di misura del recupero. La TQR è una scala che ripropone i livelli presenti sulla RPE, ma con associati item che descrivono il recupero anziché lo sforzo.  In aggiunta alla scala di valutazione nel TQR è presente anche un sistema di “score” che assegna un determinato punteggio per ogni comportamento di recupero messo in atto dall’atleta.L’utilizzo dei punteggi attribuiti alle azioni volte al recupero, oltre a monitorare nel dettaglio la quantità e qualità del recupero con un semplice valore numerico, aiuta l’atleta a responsabilizzarsi e a capire l’importanza della gestione del tempo extra allenamento. Il massimo punteggio raggiungibile è 20, mentre un punteggio sotto il 13 indica un elevato rischio di affaticamento. I punteggi sono ripartiti tra diverse categorie. I comportamenti associati alle prime due categorie: nutrizione – idratazione e sonno-recupero, sono considerati quelli essenziali e valgono 14 punti. Notiamo che fanno parte di sonno-recupero anche attività come lo stretching, i massaggi, lo yoga , la meditazione. La terza categoria: rilassamento – supporto emotivo somma 3 punti. L’ultima categoria: Warm-Down (defaticamento immediatamente dopo l’allenamento) conta 3 punti (Kenttā e Hassmén 2002). Anche secondo Roose e collaboratori (Roose et al. 2009) il problema dell’overtraining deve essere trattato con un approccio multidisciplinare che consideri le varie fonti di stress, sia di origine fisiologica che psico-sociale. E’ interessante notare come, ad esempio la meditazione, quando praticata con regolarità, sia in grado di modificare gli schemi di comportamento automatici assimilati con l’educazione e sedimentati nel profondo della nostra coscienza, contribuendo in modo sostanziale nel controllo degli effetti dello stress cognitivo. Morgan (1994) ha dimostrato come l’influenza negativa dello stress mentale sul sistema immunitario possa essere notevolmente ridotta attraverso la meditazione. Davinson e collaboratori (2004) hanno dimostrano come la meditazione modifichi le connessione neuronali del cervello, specialmente quelle associate all’esperienza emotiva, permettendo ai praticanti di utilizzare strategie di coping più efficaci.

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