Diagnosticare l’overtraining

Considerati gli effetti deleteri della sindrome da overtraining, la ricerca scientifica si è concentrata sulla ricerca di “marker biologici” o indici psicofisici che potessero prevenire e anticipare lo stato di super affaticamento. Bosquet e collaboratori (2001) propongono un metodo basato sul rapporto tra concentrazione di lattato, misurato sulla curva del lattato, e punteggio sulla scala RPE di Borg. E’ noto che in atleti di endurance la curva del lattato tende ad avere uno shift verso destra ed un abbassamento del picco di produzione di lattato. Queste stesse condizioni si verificano anche in presenza di un marcato affaticamento, come avviene nel caso dell’overtraining. Risulta quindi molto difficile capire se lo shift della curva è funzionale alla performance o indica, invece, l’istaurarsi di un grave affaticamento. Rapportando la concentrazione del lattato su una prova, atta a costruire la curva, con la RPE, si riuscirebbe a distinguere una fase di overreaching funzionale dall’overtraining. Ricordiamo che la Rate of Perceived Exertion (RPE) è uno strumento di autovalutazione che misura l’entità dello sforzo su una scala da 6 a 20, in cui 6 rappresenta assenza di sforzo e 20 il massimo sforzo immaginabile (Borg 1970).

Un altro indicatore molto utilizzato si basa sulla prestazione massimale. La condizione di overtraining impedisce all’atleta di raggiungere livelli di prestazione abituali (Urhausen e Kindermann 2002) in prove massimali. Alcuni autori (Nederhof et al. 2006) hanno proposto di considerare la velocità psicomotoria quale indicatore di una situazione di estremo affaticamento. Secondo gli autori i soggetti in stato di overtraining avrebbero un marcato peggioramento delle prestazioni che richiedono velocità di decisione e conseguente movimento. Margonis e collaboratori (2007) sostengono che l’overtraining può essere diagnosticato indagando i marcatori dello stress ossidativo quali la catalasi ed il glutatione perossidasi. Tra i marcatori biologici più investigati sono stati proposti: decremento della concentrazione di testosterone e incremento della concentrazione di cortisolo o, più frequentemente, il rapporto tra testosterone e cortisolo liberi (Morgan et al. 1988), decremento della produzione di catecolamine durante il sonno (Lehmann et al. 1993), variazioni della concentrazione di catecolamine a riposo e post esercizio, decremento nella massima concentrazione di lattato, incremento di acido urico e dell’enzima CPK (O’Connor et al. 1989), decremento della concentrazione di glutammina (Keast et al. 1995). Smith e Norris (2000) propongono di controllare il rapporto tra glutammina e glutammato plasmatico ([Gm]/[Ga]) come indicatore della tolleranza al workload totale. Ricorrenti infezioni alle vie respiratorie (URTI, Upper Respiration Tract Infection) possono essere il segnale di un abbassamento delle difese immunitarie a causa di una troppo elevata richiesta psico-fisica (Konig et al. 2000). Recentemente è stato proposto un metodo basato sull’analisi dell’ormone adrenocorticotropo (ACTH) e della prolattina in due prove fisiche per individuare atleti in stato di overtraining (Meeusen et al. 2010). Nello studio si è mostrato che l’ACTH e la prolattina, prelevate dopo la seconda prova fisica, sono più basse negli atleti in overtraining rispetto a quelli in stato di overreaching. I risultati delle ricerche sono discordanti e, cosa più importante, riescono a rilevare l’affaticamento quando ormai è allo stadio avanzato, momento in cui risulta poco incisivo qualsiasi intervento correttivo. Secondo Petra Platen (2002), che ha compiuto un’analisi dei principali studi scientifici sull’argomento, non ci sarebbe un indicatore biologico che possa far prevedere la possibile insorgenza della sindrome da overtraining. Oltre alla scarsa attendibilità di questi marcatori biologici, essi risultano invasivi ed i metodi di analisi richiedono l’utilizzo di laboratori specializzati. Occorre anche ricordare che molte delle variazioni biologiche e fisiologiche controllate per rilevare un possibile stato di overtraining, sono le stesse che si alterano quando una serie di allenamenti produce degli effetti positivi sulla prestazione. Il cosiddetto overreaching funzionale è una pratica che porta l’organismo al limite della capacità di recupero per beneficiare di una più alta curva supercompensativa. Il decremento della concentrazione di lattato a determinate intensità, ad esempio, è un adattamento positivo dei sistemi energetici che segnala un aumento del sistema di riutilizzo del lattato e della potenza lipidica. Un veloce recupero della frequenza cardiaca al termine di un esercizio intenso è un altro sintomo di buon adattamento, così come un abbassamento della frequenza cardiaca segnala un adattamento cardiocircolatorio. Un metodo molto semplice per la diagnosi dell’affaticamento, e quindi per la prevenzione dell’overtraining è il controllo della frequenza cardiaca a riposo. Un valore superiore a 10 bpm su minuto rispetto al valore attorno a cui normalmente oscilla la frequenza cardiaca alla mattina a riposo, indica una difficoltà di adattamento (Dressendorfer et al. 1985). Tuttavia la frequenza cardiaca può essere perturbata da diversi fattori e, ad esempio un adeguato reintegro di carboidrati o liquidi, oppure una qualità del sonno scadente possono alterare il valore senza una concomitante condizione di affaticamento. Un metodo più raffinato per effettuare il controllo dell’affaticamento è stato proposto da Rusko (Rusko et al. 1994), con il test ortostatico. Si richiede all’atleta di restare disteso per 10 minuti alla stessa ora del giorno e misurare la frequenza cardiaca durante gli ultimi 2 minuti. Successivamente l’atleta si alza in piedi e si rileva la frequenza cardiaca dopo 15, 90 e 120 secondi. Gli atleti che sono sufficientemente ristorati mostrano una minima oscillazione attorno al valore di riferimento (registrato in un periodo di effettivo recupero), mentre gli atleti che presentano segni di affaticamento elevato mostrano una evidente variazione nel valore della misurazione effettuato dopo 120 secondi. Un’altra rilevazione fisiologia, legata alla frequenza cardiaca, utilizzata per la diagnosi e prevenzione dell’overtraining è quella della Heart Rate Variability (HRV). L’analisi della HRV si basa sulla variabilità del tempo che intercorre tra un battito cardiaco ed il successivo (R-R). Un’alta variabilità è correlata con un’attivazione equilibrata tra sistema autonomo simpatico e parasimpatico, mentre una bassa variabilità è indice di eccesso di stress e affaticamento. Recentemente Kiviniemi e collaboratori (2013) hanno mostrato come l’analisi della R-R possa essere un valido strumento per la rilevazione dell’affaticamento cronico. Gli stessi effetti, tuttavia, si verificano in presenza di overtraining. Alla luce di queste difficoltà sempre più spesso si ricorre a scale psicologiche come il Profile of Mood States o POMS (McNair et al. 1971) o alla RPE citata in precedenza. Il POMS è uno strumento di autovalutazione che misura gli stati d’animo e affettivi. E’ composto da 65 item in forma di scala Likert in cui il numero 1 della scala significa il livello più basso dell’item mentre il 4 quello più alto. Gli item sono distribuiti in 6 categorie (Tensione, Depressione, Rabbia, Vigore, Fatica e Confusione). La condizione ottimale, visibile quando i dati sono rappresentati graficamente, è quella definita “iceberg profile”, in cui l’elemento vigore presenta i valori più alti, mentre gli altri cinque elementi si assestano su valori bassi. Morgan e collaboratori (1988a) hanno condotto uno studio su dei nuotatori somministrando il POMS all’inizio di un periodo di allenamento molto intenso e in diverse fasi della preparazione. All’inizio il profilo era quello caratteristico ad iceberg, tuttavia durante le fasi di intenso allenamento aumentavano gli elementi associati allo stress ed all’affaticamento. Quando gli allenamenti tornavano ad essere più blandi si assisteva ad un ritorno al profilo con alto vigore. Gli autori concludono che questo strumento si presta ad essere molto sensibile all’affaticamento esibito dagli atleti. L’affidabilità del POMS è stata rilevata anche nel pattinaggio di velocità (Guttaman et al. 1984) nella corsa (Wittig, Houmard e Costill 1989) e nel ciclismo (Berger et al. 1999). Il POMS misura le variazioni degli stati emotivi e psicologici (O’Connor et al. 1991). Sebbene si presti ad avere un buon livello di sensibilità verso la variabile misurata, il POMS non è uno strumento pensato appositamente per il mondo dello sport. Un altro strumento psicologico proposto per indagare le cause di abbandono nello sports (bornout) è il Cognitive-Affective Stress model di Smith (Smith 1986). Secondo questo modello si susseguono diverse fasi nel processo di allenamento. Nella prima fase all’atleta è richiesto di sostenere degli allenamenti e di sostenere le pressioni esercitate dalle competizioni. Questo carico non è ugualmente percepito da tutti gli atleti: alcuni lo subiscono come una minaccia mentre altri mettono in atto strategie cognitive ed affettive adeguate a gestirlo. Quando la richiesta è percepita come eccessiva si evidenziano delle risposte fisiologiche come ansia e fatica. Nell’ultimo stadio le risposte fisiologiche conducono all’adozione di comportamenti che hanno come esito una riduzione della performance, difficoltà nelle relazioni interpersonali e, nel caso più grave all’abbandono dell’attività sportiva. Diversi studi sembrano indicare che gli indicatori psicologici sono più sensibili di quelli fisiologici nell’anticipare una condizione di overtraining (Kellmann 2002; Kenttä e Hassmén 1998). Uno strumento più specifico per misurare il grado di stress espresso dagli atleti è il Recovery Stress Questionnaire for Athletes (RESTQ-Sport, Kellmann 2002). IL razionale di questo questionario è che un’intensificazione dello stress nelle attività fisiche e sociali, associato ad un recupero non ottimale causerà delle conseguenze a livello psico-fisiologico (Kellmann 2010). Gli item presentati indicano il livello di stress fisico e mentale degli atleti, se essi sono in grado di utilizzare adeguate strategie di recupero e quali strategie usano. Uno dei problemi nell’utilizzo di questi ed altri strumenti di rilevazione dell’affaticamento è relativo al tempo impiegato per essere somministrato. Generalmente gli atleti non sono ben disposti a rispondere a una lunga lista di domande, per questo motivo alcuni ricercatori hanno introdotto il “Recovery Cue” (Kellmann 2002). Questo questionario è composto da solo sette item: tre misurano lo sforzo percepito, la percezione del recupero e l’impegno nel recupero e quattro indagano il recupero fisico, la qualità del sonno, il recupero sociale e l’autoregolazione. Il test è di autovalutazione e si utilizza su base settimanale, generalmente il lunedì, per valutare quanto si è recuperata la precedente settimana di allenamento. Sembrerebbe che il nostro cervello sia in grado di accorgersi quando qualcosa non funziona correttamente, il problema è che ci siamo disabituati a percepire i segnali che esso raccoglie ed elabora! In un documento sottoscritto dai maggiori esperti sull’argomento (Meeusen et al. 2013) si ribadisce come nessuno dei marker proposti fino ad ora, preso singolarmente, sia in grado di identificare, con ragionevole certezza, la condizione di overtraining, sostenendo con forza la necessità di un approccio multilaterale e la necessità di rendere capace l’atleta di percepire i segnali che l’organismo invia. Botterill e Wilson (2002) propongono un modello di “Total Fitness” che si sviluppa su tre maggiori componenti: fisica mentale ed emotiva. Nel modello proposto si da molta importanza alla condizione mentale ed emotiva dell’atleta rilevando che quando egli si sente mentalmente affaticato o emotivamente sconfortato la prestazione fisica ne risentirà pesantemente. Particolare rilievo è dato proprio alla componente emotiva che, secondo gli autori, sarebbe quella che influenza maggiormente la fitness totale dell’atleta e, di conseguenza, la prestazione. Il concetto, a mio avviso, più interessante del modello di Botterill e Wilson è che le emozioni si possono “allenare” o meglio si possono vivere più consapevolmente. E’ questo un assunto su cui è stato sviluppato il metodo FlessibilMente che tratterò in un altro articolo. L’utilizzo di questa tecnica, che affonda le radici nella tradizione dello Yoga e della Meditazione, permette l’acquisizione di una consapevolezza psico-fisica tale da vivere serenamente le fluttuazioni emotive, innescando i processi di recupero necessari a riequilibrare lo stress subito da un atleta. Tutte le emozioni producono un’energia che contribuisce al recupero (Botterill e Wilson 2002). Un altro aspetto molto importante degli interventi basati sullo sviluppo della consapevolezza è la responsabilizzazione dell’atleta come agente e fautore del proprio destino. La base della pedagogia poggia sulla pro attività della persona nella costruzione del proprio percorso di vita, un educatore, quale un allenatore deve essere, ha l’obbligo morale di “insegnare a pescare, anziché servire il pescato già cucinato”.

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