Lo Stress (parte prima)

Cosa è lo stress? Come agisce? E’ possibile controllarlo? Il termine stress ha assunto, nell’immaginario collettivo, un connotato del tutto negativo nonostante, nella realtà, esso sia un processo fondamentale per il mantenimento della vita. Il fisiologo Hans Selye, introdusse il temine stress in ambito psico-fisiologico in un libro che è una delle pietre miliari della ricerca fisiologica: “Stress without Distress (1974)”.

Secondo Seyle l’organismo umano è sottoposto ad certo numero di situazioni che ne perturbano l’equilibrio omeostatico, ovvero la capacità di adattamento. Esse possono essere esterne, come ad esempio un attacco subito da cane randagio, o interne, come una malattia o un carico psicologico eccessivo. Gli agenti perturbanti furono chiamati da Selye stressor. La risposta agli stressor messa in atto dall’organismo, venne chiamata stress ed è quella che permette di svilupparci ed adattarci alle richieste ambientali. Quando le risorse adattive dell’individuo sono sufficienti a ristabilire l’omeostasi si parla di eustress, mentre quando esse non riescono a gestire e ripristinare l’equilibrio organico ci riferiamo al distress. L’uomo si è evoluto per reagire prontamente ad eventi acuti (non ripetuti) ma non cronici (frequenti), filogeneticamente era più importante saper reagire prontamente ad un pericolo che sopportare uno stato di stress cronico di moderata entità. Purtroppo l’ambiente culturale evolve molto più rapidamente di quanto no possa fare la genetica, di conseguenza l’essere umano si trova oggi a dove convivere con degli stressor cronici ripetuti con una struttura fisiologica predisposta per quelli brevi ed acuti. L’organismo può essere in uno stato di prevalente attivazione o di prevalente recupero. Entrambi questi stati sono governati dal sistema nervoso autonomo (SNA). Il SNA bilancia l’attività fisiologica e metabolica sulla base delle richieste dell’ambiente, sia esterno (caldo, freddo, luce,…) che interno (malattia, stress, allenamento,..). L’attivazione è garantita da quella parte del SNA chiamata Sistema Simpatico, mentre la fase di ripristino delle energie è affidata al Sistema Parasimpatico. Una persona in perfetto equilibrio psico-fisico ha una regolazione del SNA tale per cui le fasi di attività sono compensate da un adeguato recupero fisico e psichico. La principale attività di ripristino per l’organismo umano è il sonno. Henrì Laborit ha mostrato come la reazione di fronte ad un “pericolo” (vero o presunto) sia biologicamente determinata. Ha poi descritto quali conseguenze può avere quella che definisce “l’inibizione della fuga” sulla salute (Laborit 1976; 1976a; 1976b). Il concetto di inibizione della fuga è molto importante per capire la patogenesi di quelle che sono definite malattie psicosomatiche. In breve per Laborit l’uomo cerca di riequilibrare l’omeostasi utilizzando diverse strategie in base alle risorse psico-fisiche disponibili, quando una situazione non è più gestibile l’ultima possibilità è la fuga, ovvero abbandonare la situazione stessa. Cosa accade però se on è possibile “fuggire” da una situazione eccessivamente stressante? Abbiamo l’inibizione della fuga, cioè l’incapacità di avere un controllo sulla nostra vita. Laborit fece degli esperimenti con dei topi chiusi in una gabbia che erano sottoposti a delle scariche elettriche in modo casuale, quindi non controllabile. I topi si ammalavano presentando ulcere molto gravi allo stomaco e altissimi livelli di cortisolo, l’ormone dello stress. La teoria di Laborit è quindi una spiegazione di come funziona il meccanismo dello stress in un ambiente sociale. Seyle condensò le sue ricerche sullo stress in una teoria (Selye 1976) conosciuta come General Adaptation Sindrome o GAS la quale afferma che l’organismo quando posto sotto stress attiva una serie di reazioni indipendentemente dall’origine dell’evento stressante. Questo significa che lo stesso tipo di reazione organica è attivo in presenza di uno stress fisico (come è l’allenamento sportivo, l’esposizione al sole, la denutrizione…), psicologico (lavoro, pressioni sociali,…) o determinato da una malattia: per il nostro organismo non importa cosa ha determinato lo stress, la reazione iniziale è sempre la medesima. Capire questo punto è fondamentale poiché chiarisce che la mente ed il corpo in realtà sono una cosa sola. La GAS passa attraverso tre fasi:

1. Reazione di allarme. Questo stadio è quello di sollecitazione (stress) dell’organismo coincidente con un calo prestativo, sia cognitivo che fisico.

2. Stadio della resistenza. In questa fase l’organismo reagisce, quando le risorse sono sufficienti, ripristinando lo stato di partenza più un surplus (supercompensazione), al termine di questa fase si ha un miglioramento della performance.

3. Stadio della esaustione. L’organismo è stato sollecitato così intensamente da non riuscire a ripristinare il livello iniziale non avendo risorse sufficienti. La tendenza è quella di un plateau o di un decremento della performance.

Osserviamo che quando la richiesta fatta all’organismo supera le risorse disponibili si entra nella fase di esaustione ed è allora che iniziano i problemi. Poiché ogni persona ha un patrimonio genetico, culturale e comportamentale differente, è anche spiegato perché individui sottoposti alle medesime situazioni stressanti hanno una reazione molto differente. In psicologia medica e clinica di recente è stato introdotto il concetto di resilienza a definire la capacità di un individuo di affrontare positivamente lo stress. L’insieme delle strategie vincenti per mantenere l’equilibrio psicologico viene denominato copying. Il lavoro di Seyle era scaturito dall’approfondimento delle ricerche effettuato da un altro grande scienziato Walter Cannon (1915; 1929; 1932) che introdusse anche il concetto di “flight or fight response”. In italiano si potrebbe tradurre come comportamento di lotta o fuga. In sostanza questo comportamento è uno stratagemma evolutivo direttamente correlato con la reazione da stress che ci portiamo appresso da quando, uomini primitivi, dovevamo fronteggiare situazioni vitali, quali ad esempio l’incontro con una fiera che aveva deciso di invitarci ad un banchetto in qualità di pietanza!! La decisione da prendere doveva essere rapida ed efficace: combattere o scappare. Questo tipo di decisione non poteva essere demandata al pensiero cosciente perché troppo lento e quindi era sotto la guida delle strutture inferiori del cervello che, guarda a caso, erano quelle che poi si sarebbero scoperte alla base del sistema simpatico. Oggi fortunatamente non dobbiamo più fronteggiare pericoli vitali con una frequenza così elevata, tuttavia l’ambiente sociali pone diverse sollecitazioni che sono percepite dalla parte più arcaica del nostro cervello come minacce attivando la cascata ormonale legata al flight or fight response. Secondo la teoria del fight or flight response l’uomo risponde alla percezione di una minaccia con una rapida attivazione di due componenti: la parte simpatica del sistema nervoso autonomo (SNA) e l’asse ipotalamo-pituitario-adrenergico (HPA). La prima è molto veloce e utilizza le terminazioni nervose che scaricano direttamente nella midollare del surrene, provocando il rilascio di adrenalina ed epinefrina, due ormoni noti come catecolamine la cui azione è legata all’attivazione dei sistemi nervoso e motorio. La seconda utilizza la circolazione sanguigna per liberare l’ormone di liberazione della corticotropina (CRH) nella parte anteriore dell’ipofisi, la quale reagisce liberando un altro ormone, l’ormone adrenocorticotropo (ACTH) che, seguendo il flusso sanguigno, giunge alla zona fascicolata della corticale del surrene ove stimola la biosintesi del glicocorticoide cortisolo. Il risultato finale di entrambe le vie è il rilascio di ulteriori ormoni che inducono, nella maggior parte dei casi, un’azione motoria che può essere la fuga (flight) o, quando questa è impossibile, il combattimento (fight). Possiamo osservare, come detto più sopra, che nella risposta a una minaccia si attivino due diversi sistemi: il sistema nervoso autonomo e il sistema endocrino, delineando la relazione esistente tra mente e corpo. Il sistema nervoso autonomo, o neurovegetativo, è una parte del sistema nervoso che innerva organi interni e ghiandole, controllando le funzioni neurovegetative, generalmente al di fuori dell’azione volontaria. È costituito da una componente detta simpatica, che entra in azione quando c’è necessità di mobilitare le risorse dell’organismo, e da una componente chiamata parasimpatica che, al contrario, ha il compito di ripristinare le risorse spese durante l’azione. Ipotalamo, ipofisi (o ghiandola pineale) e surrene costituiscono l’HPA e sono elementi del sistema endocrino, la cui funzione consiste nel rilasciare ormoni che alterano il metabolismo durante l’attivazione simpatica. L’azione di queste molecole sull’organismo è molteplice e serve a preparare l’uomo a un’azione muscolare molto intensa (fuga o attacco). In breve si può affermare che quando in una determinata situazione non si ha la possibilità né di combattere né di fuggire si entrerà in uno stato di rassegnazione psicofisica che porta all’apatia totale, all’immobilità. Le regole sociali, molto spesso espresse coercitivamente, possono portare gli individui alla situazione rilevata da Laborit, ovvero l’impossibilità di fuggire o combattere. Nella seconda parte vedremo come è possibile regolare e gestire il distress efficacemente.


Bibliografia

Cannon, W.B., 1915, Bodily changes in pain, hunger, fear and rage, an account of recent researches into the function of emotional excitement, Appleton, New York-London.

Cannon W.B., 1929, Organization For Physiological Homeostasis, “Physiological Reviews”,

9: 399-431.

Cannon, W.B., 1932, The wisdom of the body, Norton, New York

Laborit H., 1976, The mechanism of releasing and bio-behavioral significance of the hypothalamo- hypophyso-adrenal gland reaction to the environment (alarm reaction), “Annales Medico- Psychologiques”, 1: 625-641.

Laborit H., 1976a, On the mechanism of activation of the hypothalamo-pituitary-adrenal reaction to changes in the environment (the alarm reaction”), “Resuscitation”, 5: 19-30.

Laborit H., 1976b, Neuroplegia: Results of an interdisciplinary approach to its physiopathology, “Annales de l’Anesthesiologie Française”, 17: 1033-1039.

Selye H. Stress without distress. (1974). Lippincott Williams & Wilkins

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