La fatica? Solo una questione mentale

Che cosa è la fatica? Perché proviamo fatica? Può la fatica cognitiva condizionare la performance atletica? Sono queste domande, all’apparenza molto banali, a cui la scienza stenta a dare un risposta precisa e coerente. Il primo studioso ad interessarsi dell’influenza della fatica sulla performance sportiva fu il fisiologo torinese Angelo Mosso (1891fatigue) che scrisse, nel lontano 1891, un libro dal titolo “Fatica”. Nel suo libro Mosso intuì che la fatica è l’integrazione di un fenomeno “centrale”, a livello di sistema nervoso centrale con uno “periferico” che si verifica a livello muscolare.

Riteneva che la fatica centrale fosse predominante su quella periferica e che questo era un meccanismo di protezione per l’organismo. In sintesi il senso di fatica insorge prima che l’affaticamento periferico giunga ad un livello tale da compromettere la funzionalità fisica. Quest’affermazione che appare sensata e ovvia è stata ignorata per quasi 100 anni fino a quando alcuni eminenti ricercatori quali Noakes (2011a; 2011b), Di Giulio (2006), Marcora (2009) e Amann (2011) l’hanno riproposta con forza, mostrando come tra sistema nervoso centrale e muscolo ci sia una continua comunicazione sullo stato di affaticamento. Noakes (2005) ha proposto un modello noto come “Central Governor Model” in cui il sistema nervoso centrale influenza il reclutamento dei motoneuroni e, di conseguenza, la quantità di fibre motorie reclutate. Seguendo questo modello se rallentiamo perché il ritmo di una corsa è troppo elevato non è a causa dei metaboliti prodotti a livello periferico ma perché il sistema nervoso rileva una concentrazione di metaboliti pericolosa per l’organismo e conseguentemente riduce il reclutamento delle fibre motorie. La riduzione delle fibre reclutate causa una minor potenza meccanica espressa e quindi il rallentamento. Come abbiamo detto questa teoria, nata un secolo fa, è stata parzialmente accettata solo recentemente, infatti fu il modello del premio Nobel Archibald Vivian Hill ad affermarsi fino ai giorni nostri. Hill era un fisiologo che studiava principalmente la fisiologia del muscolo. Rilevando la presenza di metaboliti nel muscolo affaticato ritenne che la fatica fosse un fenomeno esclusivamente periferico. Interpretando il risultato di un esperimento condotto da altri due premi Nobel, Laureate Frederick e Gowland Hopkins, sulla produzione di acido lattico a livello muscolare in conseguenza dell’aumento dell’intensità di esercizio, Hill ottenne quella che ritenne la prova inconfutabile della sua linea teorica. La sua influenza sulla comunità scientifica mise una pietra tombale sulla ricerca inerente le cause della fatica per oltre un secolo! Il problema della teoria di Hill, da lui stesso individuato, è nello stesso concetto di affaticamento. Secondo il fisiologo l’affaticamento è legato alla produzione di acido lattico provocato dall’ipossia tissutale, si pensava al tempo che ad una certa intensità dello sforzo si creassero nel muscolo delle zone ipossiche, la produzione di acido lattico sarebbe una conseguenza del lavoro anaerobico il cui accumulo provoca una interferenza nell’accorciamento delle fibre motorie. Se, tuttavia, la fatica è causata dall’ipossia tissutale e una persona è particolarmente motivata allo sforzo, sarebbe in grado di proseguire l’attività creando una necrosi tissutale. Essendo il cuore il primo muscolo a raggiungere intensità massimali durante lo sforzo, un atleta molto tenace potrebbe creare danni al cuore. E’ evidente che, come notato da Noakes (2005), questo non può avvenire e ci deve essere un controllo di altro genere che faccia terminare lo sforzo prima che si verifichi un problema serio. Nella teoria del Central Governor Model è il cervello a regolare e controllare l’intensità dell’esercizio. Lo scopo degli allenamenti è quindi sia di provocare alterazioni metaboliche periferiche che di ricalibrare il set-point di controllo dell’intensità a livello del sistema nervoso. In modo molto semplice, più un atleta è allenato e più il punto di “allarme” nel cervello è elevato. Ci sono delle condizioni di estremo pericolo in cui il cervello permette di bypassare il set point preferendo sacrificare alcune funzionalità al fine di garantire la sopravvivenza. La massima forza esprimibile volontariamente da una persona non allenata (anche eccentrica) è circa il 10-15% inferiore alla forza massima possibile, tuttavia in letteratura sono riportati casi di casalinghe, senza alcun tipo di allenamento, che hanno sollevato la parte anteriore di un’automobile per estrarre il figlio investito. Si tratta di pesi che si aggirano attorno ai due quintali! E’ stato dimostrato che atleti di powerlifting riescono, con i loro allenamenti, a restringere il gap tra massima forza volontaria e massima forza esprimibile fino a circa il 5%. Le capacità mentali si rivelano sempre più come l’ago della bilancia nel determinare gli adattamenti verso l’alta prestazione. La capacità di sopportare la fatica permette di superare costantemente di una piccola percentuale il limite fisiologico. Allenamento dopo allenamento l’atleta determinato e motivato, impone al suo essere fisiologico il volere del cervello, sempre nel rispetto dell’omeostasi e dell’integrità fisica. Recentemente MacMahon (2014) ha dimostrato che la fatica cognitiva aumenta la percezione dello sforzo conducendo un gruppo di podisti ad una peggiore performance nella corsa. Alla stessa conclusione era giunto Marcora (2009) sottoponendo un gruppo di ciclisti ad affaticamento cognitivo e successivamente ad una prova ad esaurimento di ciclismo all’80% del loro peak power output. Il gruppo che non aveva subito l’affaticamento cognitivo è stato in grado di protrarre lo sforzo per un tempo maggiore giudicando la prova meno faticosa di quanto espresso dal gruppo sperimentale. E’ esperienza comune eseguire un allenamento più o meno bene in base al proprio stato emotivo o al “carico” cognitivo che ci portiamo appresso. Vivere un momento di felicità, ascoltare una musica significativa, ottenere un riconoscimento sociale hanno un impatto sulla performance incredibile, così come essere rimproverati o vivere un momento di debolezza emotiva conduce ad allenamenti fallimentari. E’ noto che atleti di vertice, per cui tutti i parametri fisiologici sono al massimo livello non riescano ad esprimere una performance all’altezza della loro condizione di allenamento a causa di problemi di natura psicologica. La domanda che rimane sullo sfondo è: “E’ possibile allenare la mente ad essere in uno stato positivo per esprimere le proprie potenzialità sportive e sociali al meglio?”. La risposta è positiva ed esistono diverse strade da percorrere. Personalmente ritengo che l’approccio basato sulla mindfulness, particolarmente nella formulazione che porta alla focalizzazione sul movimento, sia la più indicata e scientificamente fondata. La capacità di focalizzarsi sul momento presente attraverso l’esperienza motoria è l’avanguardia di un nuovo modo di allenarsi. L’approccio che da qualche tempo sto sperimentando con una tecnica chiamata FlessibilMente sembra dare i primi frutti concreti verso un approccio globale alla preparazione atletica

Bibliografia

Amann M. (2011). Central and peripheral fatigue: interaction during cycling exercise in humans. Med. Sci. Sports Exerc. 43, 2039–2045

MacMahon C. , Schücker L, Hagemann N, Strauss B. Cognitive fatigue effects on physical performance during running. J Sport Exerc Psychol. 2014 Aug;36(4):375-81

Di Giulio C., Daniele F., Tipton C. M. (2006). Angelo Mosso and muscular fatigue: 116 years after the first Congress of Physiologists: IUPS commemoration. Adv. Physiol. Educ. 30, 51–5710.1152

Marcora S. M., Staiano W., Manning V. (2009). Mental fatigue impairs physical performance in humans. J. Appl. Physiol. 106, 857–864

Mosso A., La Fatica, Milano, Treves, 1891

Noakes T. D. (2011a). Is it time to retire the A.V. Hill Model? A rebuttal to the article by Professor Roy Shephard. Sports Med. 41, 263–277

Noakes T. D. (2011b). Time to move beyond a brainless exercise physiology: the evidence for complex regulation of human exercise performance. Appl. Physiol. Nutr. Metab. 36, 23–35.

Noakes T. D., St Clair Gibson A., Lambert E. V. (2005). From catastrophe to complexity: a novel model of integrative central neural regulation of effort and fatigue during exercise in humans: summary and conclusions. Br. J. Sports Med. 39, 120–124

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