Lo yoga per il recupero psicofisico

La ricerca scientifica si è interessata agli effetti sulla salute derivanti dallo Yoga inserendolo, al pari della meditazione e del Qi Gong, nell’elenco delle pratiche contemplate dalla medicina integrativa. Uno studio molto interessante di Sinha e collaboratori (2007) ha indagato l’efficacia della pratica dello Yoga nel contrastareyoga-brain-main l’effetto negativo dei radicali liberi sulle cellule. I ricercatori hanno monitorato il livello del glutatione e degli antiossidanti totali in un gruppo di militari che avevano praticato Yoga nei sei mesi precedenti la verifica. I risultati mostrano un incremento degli antiossidanti con un’azione di contrasto verso gli effetti negativi sul sistema immunitario. Gli autori concludono la loro disamina consigliando la pratica dello Yoga agli atleti al fine di agevolarne i processi di recupero. Sharma e collaboratori (2003) hanno dimostrato che, oltre a un più incisivo intervento degli antiossidanti, in chi pratica Yoga anche il livello di produzione del lattato è più contenuto, il che significa una condizione atletica migliore, come abbiamo considerato per la meditazione. Secondo Ray, Sinha e Thomas (2001), ci sono buoni motivi per credere che lo Yoga possa aumentare la capacità aerobica e ridurre la sensazione di fatica postesercizio. I benefici effetti, documentati scientificamente, conseguenti alla regolare pratica dello Yoga sono numerosi ed eterogenei. Si è dimostrato un aumento dell’autoconsapevolezza (Brisbon e Lowery 2011; Shelov, Suchday, Friedberg 2009), una maggior resilienza e una migliore gestione dello stress sul posto di lavoro (Hartfiel et al. 2011; Cowen 2010), una riduzione dell’ansia (Michalsen et al. 2005; Telles, Gaur, Balkrishna 2009; Khalsa et al. 2009) e della depressione (Uebelacker et al. 2010) in associazione a una riduzione consistente del cortisolo sierico e a un incremento delle onde alfa nel cervello (Kamei et al. 2000). Khalsa (2004) ha evidenziato che lo Yoga regolarizza il sonno aumentandone quantità e qualità. Si nota soprattutto un aumento del periodo di sonno profondo, associato alla riduzione della sostanza P, responsabile dei sintomi dolorosi (Field et al. 2002). La sua efficacia si è dimostrata anche nella riduzione della lombalgia. Williams e collaboratori (2005) mostrano come la pratica settimanale, per sedici settimane, porta a una riduzione del dolore lombare pari al 64%, un aumento della funzionalità della colonna vertebrale del 77% e, soprattutto, una riduzione dell’assunzione dei farmaci dell’88%. Effetti positivi sono stati riscontrati nella riduzione dell’emicrania (John et al. 2007) e delle osteoartriti (Garfinkel et al. 1994; Kolasinski et al. 2005). Non restano esclusi dall’elenco i problemi legati alle arterie coronarie: Yogendra e collaboratori (2004) riportano come, dopo un anno di pratica, si rilevava una riduzione del 23% nei livelli di colesterolo e del 26% dell’LDH sierico. Altre patologie per le quali la pratica dello Yoga si è mostrata efficace sono l’asma (Manocha et al. 2002) e il diabete (Singh et al. 2004; Kosuri e Sridhar 2009). I ricercatori hanno cercato di trovare dei correlati neurofisiologici che potessero spiegare il meccanismo alla base di questi eclatanti risultati. Secondo Field (2011) un possibile meccanismo per la riduzione del dolore si rifarebbe alla “teoria del cancello” (gate theory), elaborata dai fisiologi Ronald Melzack e Patrick Wall (1965). La teoria si basa sull’interazione e sulla modulazione reciproca tra le fibre nervose nocicettive e quelle non-nocicettive. Nelle corna posteriori del midollo spinale sono presenti neuroni che ricevono i segnali afferenti provenienti da diversi tipi di fibre (principalmente tattili, termiche e dolorifiche). A questo livello si attua la discriminazione del segnale che verrà inviato al cervello per essere elaborato. Secondo Melzack e Wall c’è una competizione tra le fibre dolorifiche di tipo AD (A delta) e C, e le fibre non dolorifiche di tipo AB (A beta), di maggior calibro. L’ultimo tipo di fibre veicola gli stimoli tattili e pressori. La teoria afferma che se prevale l’attività delle fibre di grosso calibro (cioè le AB), la percezione del dolore sarà attenuata, mentre se prevale il segnale delle fibre di piccolo calibro, il dolore verrà percepito più intensamente. Field sostiene che le posizioni tipiche dello Yoga esercitano una sorta di massaggio in grado di elicitare l’attività delle fibre AB a discapito delle fibre AD e C, con conseguente riduzione della percezione dolorosa. Sempre a livello biochimico si osserva anche un incremento dei livelli di serotonina, che è una sorta di antidolorifico endogeno (Field et al. 2002). Come la respirazione e la meditazione, anche lo Yoga si dimostra uno strumento molto efficace per favorire l’equilibrio psicofisico dell’organismo e agevolare il recupero postesercizio.


 

Bibliografia

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